La Voce dei Silvaran

Genere: Epic Fantasy

Autore: Stefano Manganese

4/6/20258 min read

Cresciuto tra le lame, addestrato nel silenzio, forgiato nel rancore: così Kalen era stato plasmato, figlio di un destino che non aveva scelto. Ma dentro di lui, una voce potente aveva sempre suggerito che era nato nel posto sbagliato, che quella vita, quella furia, non erano mai stati il suo cammino. E, più di tutto, sentiva nel profondo che quella non era la sua indole, che qualcosa dentro di lui si ribellava a quel destino di violenza.

Eppure era un figlio dei Falcianti, stirpe di cacciatori che per secoli avevano sterminato i Silvaran, creature magiche della foresta profonda.
La tradizione diceva che ogni Silvaran ucciso portasse potere. Ogni testa, onore. Ogni battaglia, equilibrio.

Thirandel, la città dei Falcianti, sorgeva tra le radici degli Alti Monti: un luogo scolpito nella pietra nera, fatto di torri aguzze e silenzi solenni, dove ogni eco ricordava il sangue versato per mantenere l’ordine tra uomo e natura.
Oggi era il Giorno del Sangue. Il giorno in cui quel giovane Falciante, armato solo del proprio coraggio e di una lama affilata, avrebbe dovuto uccidere il suo primo Silvaran. Più feroce era la bestia, più gloriosa sarebbe stata la sua ascesa.

Kalen si inoltrò nella foresta prima dell’alba, il mantello cremisi avvolto attorno alle spalle, il cuore saldo. Aveva i capelli scuri raccolti alla nuca, occhi color del rame e un portamento vigile, da chi ha imparato a sopravvivere. Il suo corpo era asciutto, agile, temprato più dalla fuga che dal combattimento. Camminava in silenzio tra radici contorte e nebbie che sussurravano l’inquietudine stessa. Aveva imparato a non ascoltare. Ma quando udì una voce, limpida come una goccia d'acqua che cade nel vuoto, si fermò. E ascoltò.

«Perché camminate sempre armati, voi figli del sangue?»
Kalen sguainò la lama, scrutando tra gli alberi. Nessuno.
«Chi sei?» ringhiò il giovane umano, cercando di non lasciar trasparire il tremolio nella gola.

Un piccolo animale saltò su un ramo davanti a lui: era simile a uno scoiattolo, ma i suoi occhi brillavano come vetro color ambra, e la coda fluttuava come fatta di nuvole. Un Silvaran minuto, non certo il trofeo che lo avrebbe fatto diventare un eroe leggendario.
Eppure, la voce tornò.
«Non vogliamo la guerra. Non l’abbiamo mai voluta.»

Kalen rimase immobile. Il Silvaran lo fissava, le zampette tremolanti.
«Tu… mi stai parlando?» chiese sbigottito.
«Sempre vi abbiamo parlato. Ma mai avete ascoltato.» l’esserino mise le zampette sui fianchi.

Kalen fece un passo indietro. La lama cadde e il piccolo Silvaran scese dal ramo. In quel momento, Kalen udì un crepitio secco: una trappola dei Falcianti stava per chiudersi attorno allo scoiattolo.
Senza pensare, Kalen si lanciò in avanti e lo spinse via, ferendosi al fianco. Il sangue gli colava addosso come cenere calda. Il Silvaran tremava tra le sue mani.
«Perché… mi hai salvato?» chiese la creatura.
Kalen non sapeva cosa rispondere. Forse perché, per la prima volta, aveva visto qualcosa di diverso da un nemico.

Il crepuscolo calava sulla foresta mentre Kalen si sedeva dalla caduta. Il piccolo Silvaran tremava tra le sue mani, come una fiamma appena accesa che non voleva spegnersi. Ma non scappò. Rimase lì nei suoi palmi, come a ringraziarlo. La ferita al fianco di Kalen pulsava, ma la sua mente era distratta da un pensiero più grande. Perché, per la prima volta, nel suo cuore, aveva ascoltato qualcosa che non fosse il suono della guerra.

«Immagino che debba ringraziarti» disse lo scoiattolo indicando la trappola col musetto. «Il mio nome è Liri, a proposito.» Il piccolo Silvaran lo guardava con occhi curiosi, ma con una luce strana. Non c’era odio o paura, solo un silenzio che sembrava attendere qualcosa. Kalen non sapeva cosa fare. Cosa dire. Non riusciva a pensare. Le sue mani, sebbene tremanti, non avevano mai tenuto niente di così fragile eppure così pieno di significato.

«Io sono Kalen...» scosse la testa, chiedendosi come mai gli aveva detto il suo nome, perché in lui un’altra domanda urgeva maggiormente.

«Come fai... a parlare?» chiese dunque a voce alta, più per se stesso che per l’essere davanti a lui.

Liri si alzò sulle zampette e si appoggiò al braccio di Kalen, quasi a confermare che la domanda non fosse del tutto fuori luogo.

«Non siamo tanto diversi, dopo tutto,» rispose il Silvaran con un piccolo sorriso, come fosse la risposta più ovvia del mondo. «Io mi stavo giusto chiedendo: come fai tu ad ascoltare?»

Kalen guardò la creatura, incredulo. Sentiva ancora l'eco di quella voce nella sua mente, chiara e pura come l’acqua. Ma era possibile? Come mai lui, un Falciante, un umano, riusciva a sentire le parole di una creatura che non avrebbe mai dovuto comprendere? Un nemico.

«Non... non capisco,» mormorò. «Come posso sentire la tua voce? Gli altri non ci sono mai riusciti.»

Liri scosse la testa, ma non con disprezzo, solo con una calma che sembrava antica quanto la foresta stessa.

«Non lo so, ma cosa ne dici se lo scoprissimo... insieme?» il suo sguardo profondo come una sorgente nascosta tra le radici degli alberi, come se fosse pronto ad aprirsi. «Se sei il primo... forse, potresti essere anche l’unico. L’unico a portare la pace tra le nostre razze. Facendo da tramite.»

Kalen si fermò, il cuore che gli batteva forte mentre la mente correva veloce, travolta dal pensiero che un solo passo avanti potesse cambiare tutto. Una pace tra le razze? Tra Falcianti e Silvaran? Sembrava un'idea impossibile, una follia! La guerra che aveva consumato le loro terre, le loro storie, le loro vite, sarebbe mai potuta finire?

«Come... come potrei fare qualcosa del genere?» chiese Kalen, la sua voce un sussurro mentre il cuore gli batteva più forte.

«Non è una questione di come,» rispose Liri, «ma di chi. E tu sei l'unico che può ascoltarci. Non basta combattere per vincere, Kalen. A volte, bisogna solo ascoltare e comprendere.»

Un lungo silenzio calò tra di loro, interrotto solo dal suono lontano del vento tra gli alberi e il fruscio delle foglie sotto i passi della creatura.

«Ma gli altri?» chiese Kalen alla fine. «Non lo capirebbero mai. I Falcianti... il mio popolo. Mi odierebbero.»

Liri guardò Kalen intensamente, con uno sguardo che sembrava scrutare direttamente nel profondo della sua anima.

«All'inizio, sì,» ammise. «Ma le rivoluzioni nascono da un solo gesto. Non tutti saranno pronti ad ascoltare, ma tu devi fare quello che il cuore ti dice. E il tuo... cosa dice ora?»

Kalen respirò a fondo. Il pensiero di tornare a Thirandel senza un trofeo, senza la gloria, senza il riconoscimento che ogni Falciante cercava, gli stringeva il petto. Ma lui aveva sempre saputo che dentro di lui c’era una scintilla diversa, una scintilla che ora gli parlava più forte che mai, e gli diceva che forse questa era la sua vera battaglia. Purtroppo però, era stato influenzato dagli insegnamenti e dalle tradizioni dei Falcianti. Quindi il suo cuore lo portava a Thirandel.

«Devo tornare a casa,» mormorò dolorante. «A Thirandel. Non posso prendere una decisione così importante con una ferita del genere.» cercò di giustificarsi.

«Aspetta!» rispose prontamente Liri. «Lascia che sia io a occuparmi di questo. È il minimo che possa fare, dato che mi hai salvato la vita. E poi Elaren è più vicina di Thirandel.»

«Elaren?» chiese dubbioso, contorcendosi poi dal dolore.

«È il nome della mia casa. Vedrai ti piacerà.» Kalen lo guardò con diffidenza. Stava veramente per entrare nel regno dei Silvaran? Poi guardò la ferita. Non appena tolse la mano dal fianco, zampilli di sangue schizzarono fuori. “Non ho altra scelta… anche se ho paura…” pensò. Lo sguardo innocente di Liri, però, lo convinse. In qualche modo si era già affezionato a quella docile creatura.

Con passo incerto, il Silvaran lo condusse nel cuore della foresta, dove un'enorme radice d’albero si apriva come una cattedrale.

Mentre avanzavano, il giovane Falciante sentiva su di sé occhi invisibili. Ombre rapide si muovevano tra i tronchi e le fronde. Alcuni Silvaran, dalle forme strane e sfuggenti, balzarono fuori dai cespugli, ringhiando o brandendo armi scolpite nel legno e nella pietra, pronti ad attaccarlo. Ma vennero fermati da altri della loro stirpe, che con sguardi severi o gesti silenziosi li trattennero, come se la sola presenza dello scoiattolo-guida bastasse a imporre rispetto.
Altri ancora, più piccoli o feriti, si ritrassero spaventati, celandosi tra le radici contorte o dietro foglie più grandi di loro, incapaci di comprendere come un Falciante potesse camminare vivo tra i loro sentieri.
Eppure, nessuno lo toccò.

Lo scoiattolo proseguì senza mai voltarsi, finché non lo portò da un Silvaran guaritore: un serpente lungo e snodato, con piccole ali traslucide che vibravano come cristalli sospesi nel vento. Le sue squame iridescenti rilucevano alla luce filtrata dall’alto. Senza una parola, il serpente sfiorò la ferita di Kalen con la lingua, e la carne si rimarginò lentamente, lasciando solo un tremolio caldo sotto la pelle.

Dopodiché, lo scoiattolo si voltò e con un cenno lo invitò a seguirlo ancora, più a fondo, verso il centro del loro regno.
Lì, in una radura sacra dove il cielo sembrava piegarsi alla volontà degli alberi, lo attendeva una creatura antica: grande come un cervo, ma con ali piumate e corna intagliate di luce, che pulsavano lievemente come un cuore. Oberon, il Re dei Silvaran.

«La guerra ci ha consumati, Falciante. Ma non l’abbiamo scelta. Voi l’avete portata nei nostri nidi, nelle tane, persino nei nostri sogni. Sei il primo a sentirci. A vederci.»

Kalen, ancora stordito, ascoltò in silenzio. C'era qualcosa nella voce di Oberon che gli faceva tremare il respiro.

«Potresti essere il ponte. O potresti essere il segnale.»

E fu proprio in quel momento che Kalen comprese: era cresciuto con una lama in mano, ma forse il suo destino non era quello di uccidere, bensì di cambiare.
Il Re dei Silvaran gli affidò un compito: tornare tra i suoi, con il cuore aperto e le mani vuote, per dimostrare che esisteva un’altra via. Non tutti avrebbero capito. Alcuni lo avrebbero odiato, altri lo avrebbero temuto. Ma ogni rivoluzione nasce da un solo gesto, e ogni pace da una sola ribellione alla guerra.

E così, con un nuovo peso nel cuore, Kalen iniziò il cammino verso Thirandel, con il piccolo Liri nascosto tra i suoi capelli, pronto a tornare a casa. Non più come il cacciatore che tornava con la sua preda, ma come colui che avrebbe cercato di cambiare la rotta della storia. Tornando con un amico.

La pace non sarebbe venuta facilmente, ma ora, almeno, aveva una speranza da portare con sé.

Quando tornò al villaggio, i Falcianti videro il piccolo Silvaran rannicchiato sulla sua spalla. Nessuna testa. Nessun trofeo. Nessuna gloria.
Il padre lo guardò con rabbia, la mascella stretta come la sua corazza annerita dalla cenere. Era un uomo massiccio, dagli occhi duri come pietra e i capelli striati d’argento, raccolti in una treccia severa.
La madre, alta e affilata come una lancia, lo fissava con vergogna, il volto impassibile scolpito nella durezza del comando.
«Tu ci disonori… dove sono le zanne? Dov’è l’onore?» chiese il padre.
Kalen guardò il piccolo Silvaran. La creatura tremava sotto gli occhi dei suoi stessi nemici, ma non c'era più paura, solo un silenzio pieno di domande e sensi di colpa. D’altronde fu lui a convincere Kalen di tentare quell’approccio.
«Io riesco a sentirli, padre. Vogliono la pace.» rispose impavido.

Un silenzio teso riempì la stanza, seguito da urla di rabbia e da accuse velenose, che laceravano l'aria come lame affilate.
«Stregoneria!» diceva il padre.
«Contaminazione!» la madre.

Fecero così tanto trambusto che nel giro di pochi minuti la notizia fece il giro della città.

Il Re dei Falcianti lo convocò quella sera stessa. Il vecchio Baldric, coperto di pellicce di Silvaran e medaglioni d’ossa, parlò con voce grave.
«Hai portato la vergogna tra i nostri. Hai stretto alleanza con l’abominio. Sei stato infettato dalla loro magia malefica!»
«Ho solo ascoltato.» cercò di spiegarsi il giovane.
«Allora ascolterai anche il verdetto.» esclamò il Re, alzandosi di tutto petto dal suo trono oltraggiato più che mai.

La testa di Kalen... rotolò oltre le mura il mattino dopo, portando con sé l'eco di un sacrificio che nessuno avrebbe mai potuto dimenticare. I corvi si alzarono in volo, mentre le legioni dei Falcianti iniziavano a schierarsi per la guerra. Erano decisi a porre fine una volta per tutte alla stirpe dei Silvaran.
Il piccolo Liri, nascosto tra i rami, piangeva silenziosamente, mentre i tamburi di guerra rimbombavano lontano. Così lo scoiattolo squittì un verso magico, che si propagò oltre i confini di Thirandel, giungendo fino a Elaren.
Nel cuore della foresta, il Re dei Silvaran spalancò gli occhi.
Le sue corna si accesero di luce.
E una voce antica echeggiò tra le valli, portando a lui il messaggio del suo minuto suddito straziato.

«L’ultima parola è stata data. Ora basta parlare.» Dichiarò Oberon ai suoi sudditi, mentre l’intero regno dei Silvaran condivideva con lui il dolore di Liri.
Dalle radure, dalle caverne, dai cieli, e da ogni dove, le legioni silenziose degli animali magici iniziarono a muoversi.

E sotto il cielo cremisi di una nuova alba, la foresta sussurrava un requiem.
Due eserciti si fronteggiarono, non per vendetta, ma per l’eco di una voce spezzata.
L’unico che aveva visto con occhi nuovi, era caduto.
E in quel silenzio, l’ultima guerra prese forma.
Non fu il ruggito a iniziarla.
Fu il pianto.

FINE